img
2026-09-05

La strega di Port Alba

  • Tra i banchetti di libri antichi e il tufo si consuma il mito di Maria ‘a Rossa, la giovane sposa condannata dall'Inquisizione che ancora oggi vaga nel cuore di Napoli alla ricerca del suo amore

Se chiedete a un napoletano cos’è Port’Alba, vi risponderà che è un varco nel cuore pulsante di Napoli. Da una parte c’è la confusione monumentale di Piazza Dante, dall’altra il labirinto studentesco di Piazza Bellini. In mezzo, sotto quell’arco seicentesco, si apre una stradina che profuma di carta antica e di sfogliatelle calde. Port’Alba è la via dei librai: pile di volumi ingialliti accatastate sui banchetti di legno, studenti che cercano l’affare della vita e turisti con il naso all’insù. Ma Port’Alba, per chi sa ascoltare la città, è anche un luogo di ombre. Quando la sera i negozi chiudono, le serrande si abbassano e il rumore dei passi si dirada, quell’arco di pietra smette di essere solo un passaggio pedonale diventando un portale dove il tempo si ferma e tutto quello che è passato si mischia con il presente e il futuro.

IL TRAGICO RACCONTO DI MARIA ‘A ROSSA
Nella Napoli del 1625, le mura della città erano un confine invalicabile che separava due mondi. All'interno viveva Maria, una ragazza dai capelli ricci color rosso vivo.Fuori dalle mura, nei borghi popolari, viveva Michele, un giovane conciatore di pelli dalle mani forti e dal cuore nobile. Il loro era un amore di sguardi rubati da lontano, un sentimento impossibile condannato a morire dietro il peso della pietra difensiva. Si amavano, ma non potevano sfiorarsi. Poi, il miracolo. Per sfoltire il traffico e dare respiro alla città, il viceré Antonio de Toledo ordina di aprire una porta proprio in quel punto del muraglione. Port’Alba viene inaugurata e, con essa, crolla la barriera che divideva i due ragazzi.
I giovani coronano il loro sogno: si sposano in una giornata di festa che sembra l'inizio di una favola. Ma il destino di Napoli sa essere crudele. Proprio la sera delle nozze, mentre attraversano il neonato arco, l'aria si fa gelida. Michele si blocca, paralizzato da una forza invisibile e terribile. Maria, terrorizzata, corre a chiedere aiuto nel buio della notte. Quando ritorna, però Michele interpreta quell'evento inspiegabile come un segno demoniaco. Pensa che Maria sia una strega e che lo abbia stregato. Spaventato a morte, scappa via e la abbandona per sempre, rifiutando di voler avere ancora a che fare con lei.

Il dolore consuma Maria dall'interno. La disperazione compie una metamorfosi spaventosa: i suoi capelli di fuoco perdono lucentezza diventando aridi, il viso si fa pallido e scavato, gli occhi si riempiono di una follia lucida e disperata. Nella Napoli della Controriforma, la diversità fa paura. Il popolo, che un tempo la ammirava, comincia a sussurrare. Quel dolore viene scambiato per un patto con il diavolo; le sparizioni in città vengono attribuite ai suoi malefici. Maria non è più la bella ragazza dai capelli rossi: per tutti è diventata una Janara, una strega.
Il tribunale dell'Inquisizione ci mette poco a emettere la sentenza. Per ordine del viceré, Maria viene rinchiusa in una stretta gabbia di ferro, appesa a un gancio sotto l’arco di Port’Alba. Viene lasciata lì, esposta al sole, alla pioggia e agli insulti della folla, a morire lentamente di fame e di sete. Prima di esalare l'ultimo respiro, però, Maria stringe le sbarre e lancia un urlo che fa tremare le pietre del palazzo: una maledizione eterna su Napoli e sui suoi carnefici. Quando la morte la stringe a sé, il suo corpo non si decompone, ma diventa di pietra, costringendo i giudici a far sparire i resti nel cuore della notte per nascondere il prodigio.

LA STORICITA’ : COSA C’E DI REALE NEL MITO
Separare la leggenda dalla realtà storica nel ventre di Napoli è sempre un’operazione complessa, poiché la tradizione orale tende a romanzare fatti di cronaca realmente accaduti.

- L'apertura della porta: La data del 1625 è storicamente esatta. Il viceré Antonio de Toledo, duca d’Alba, fece effettivamente praticare un'apertura nelle mura vicereali per agevolare il passaggio della popolazione, che fino ad allora utilizzava un buco abusivo nella pietra. La porta prende il nome proprio dal viceré.

- La caccia alle streghe: Nel Seicento, Napoli non era immune all'isteria della caccia alle streghe e ai processi dell'Inquisizione. Le donne che vivevano ai margini della società, o che mostravano segni di grave instabilità mentale dovuta a traumi (come la perdita di un marito), venivano facilmente additate come ianare o fattucchiere.

- La tortura della gabbia: L'uso di esporre i condannati a morte (o i loro resti) in gabbie di ferro appese alle porte della città o ai castelli era una pratica reale di ammonimento pubblico, utilizzata dal governo spagnolo per scoraggiare i reati e ribadire l'autorità della Corona.

- Il colore dei capelli: Nella cultura popolare dell'epoca, il capello rosso era spesso associato al diavolo . Una donna con i capelli rossi che manifestava segni di squilibrio diventava il bersaglio perfetto per un'accusa di stregoneria.

EPILOGO: IL SOSPIRO DI MARIA
Oggi Port’Alba è un luogo di cultura, di passaggi frettolosi, di risate tra amici e di caffè presi al volo. La gabbia di ferro non c’è più, rimossa secoli fa dal tempo e dai restauri. Eppure, la maledizione di Maria sembra non essersi mai spenta del tutto. Chi frequenta la zona a notte fonda, quando i lampioni proiettano ombre lunghe sul selciato e i libri sono al sicuro dietro le saracinesche, giura di aver visto una strana luce rossastra fluttuare sotto l'arco. Altri raccontano di un soffio di vento improvviso che porta con sei un lamento di donna, un pianto antico che cerca ancora il suo Michele. Maria ’a Rossa è diventata parte della pietra di Port’Alba: un monito eterno di come la paura e l'ignoranza possano trasformare un profondo dolore d'amore nel peggiore dei mostri.


Folkloriamo.it