Nelle acque cristalline del Mar Tirreno, molto prima che i palazzi e le strade affollassero la costa di Napoli, viveva una creatura straordinaria di nome Partenope. A quel tempo, le sirene non avevano code di pesce, ma piume leggere e ali maestose, mostrandosi come splendidi esseri metà donna e metà uccello. Partenope possedeva la voce più dolce dell'intero Mediterraneo, un canto capace di ammaliare i marinai e di sospendere il tempo.
La sua immortalità, tuttavia, era legata a una regola divina e crudele: se un solo uomo fosse riuscito a resistere alla sua melodia, lei avrebbe perso la vita.
Il destino si compì il giorno in cui all'orizzonte apparve la nave di Ulisse, l'astuto re di Itaca. Avvertito dai consigli della maga Circe, l'eroe greco escogitò un piano per ascoltare quel canto leggendario senza cadere vittima dell'incantesimo ordinando quindi ai suoi marinai di tapparsi le orecchie con la cera e si fece legare saldamente all'albero maestro della nave.
Quando la nave passò vicina agli scogli delle Sirene, Partenope spiegò le ali e intonò la sua melodia più struggente e bellissima. Cantò dell'amore, del futuro, dei segreti del mondo. Ulisse urlò, tese i muscoli fino a farsi sanguinare i polsi per liberarsi e gettarsi in mare, ma i suoi compagni, sordi al richiamo, continuarono a remare dritti. La nave scivolò via, oltre il Vesuvio, lasciando dietro di sé solo il silenzio della sconfitta.
Il cuore di Partenope si spezzò: per il dolore del rifiuto la sirena si lasciò cadere dall'alto degli scogli, abbandonandosi alle correnti del golfo.
Il mare, mosso a compassione per quella splendida creatura, cullò dolcemente il suo corpo per giorni, spingendolo verso nord fino a depositarlo tra le rocce dell'isolotto di Megaride, il luogo esatto dove oggi si erge fiero il Castel dell'Ovo.
Quando i pescatori locali trovarono la sirena distesa sulla riva, rimasero estasiati dalla sua bellezza intatta. Ma non appena cercarono di sollevarla, accadde un prodigio: il corpo di Partenope cominciò a dissolversi e a fondersi con il paesaggio circostante. I suoi capelli si estesero diventando le colline di Capodimonte e del Vomero, i suoi fianchi morbidi disegnarono la linea dolce della costa, e i suoi piedi si allungarono fino a Posillipo.
Partenope non era morta, si era trasformata in una città meravigliosa.
E da quel giorno, gli abitanti di quella terra si fecero chiamare fieramente partenopei. E se oggi passeggi per le strade di Napoli e avverti un'energia travolgente, una malinconia dolce e una passione che brucia, sappi che non è il vento: è il canto eterno di Partenope, che continua a proteggere e ad ammaliare chiunque posi lo sguardo sul suo mare.
Folkloriamo.it
