Se venite a Napoli, troverete tantissimi indizi che parlano di Lui. Troverete strade, piazze e monumenti dedicati al Sebeto. Perfino nomi di storici palazzi, antiche targhe e locali moderni ne portano impresso il nome, quasi a voler gridare una presenza che l'occhio non può più vedere. Eppure, se chiederete a un passante dove sia il fiume della città, vi risponderà che a Napoli il fiume non c'è. Vi dirà che il Sebeto è un segreto che la terra custodisce gelosamente da secoli. Ma per capire come un corso d'acqua così celebre, cantato dai poeti e venerato come un dio, sia potuto sparire nel nulla, bisogna scavare sotto la superficie. Bisogna riavvolgere il nastro del tempo, fino a quando le sue acque scorrevano fresche e impetuose verso il mare, e ascoltare la storia di un amore eterno e disperato...
LE PRIME TESTIMONIANZE
La più antica menzione del fiume risale alle monete coniate dall'antica Neapolis greca nel V secolo a.C.. Su queste monete d'argento veniva raffigurata una divinità fluviale accompagnata dall'incisione in caratteri greci "Sepeithos", che significa letteralmente "Andare con impeto”
Se parliamo di vera e propria letteratura, i primi a scriverne diffusamente sono stati i grandi poeti romani d'epoca imperiale, che hanno legato indissolubilmente il corso d'acqua al mito
Virgilio è considerato il primo grandissimo autore a celebrare il fiume nella letteratura. Nel VII libro del suo capolavoro, l'Eneide, Virgilio cita la "Ninfa Sebetide". Secondo il poeta, la ninfa personificava il fiume e, unendosi al re di Capri Telone, aveva dato alla luce Ebalo, uno dei guerrieri alleati di Turno contro Enea.
Secoli dopo, saranno proprio questi scritti classici a spingere poeti medievali come Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio a venire a Napoli nel 1300 per cercare le famose sponde del mitico Sebeto, restando purtroppo molto delusi nel trovarlo già ridotto a un piccolissimo rigagnolo.
DALLA SORGENTE AL MARE
Il Sebeto nasceva alle falde del Monte Somma . La sua fonte principale era la celebre Sorgente della Bolla (chiamata così per il modo in cui l'acqua sembrava "gorgogliare" o "bollire" dal terreno).
Dalle pendici del vulcano, il fiume scendeva verso la pianura dell'antica Campania Felix. Il suo tragitto originario prevedeva diverse tappe:
- attraversava i territori odierni dei comuni di Casalnuovo, Casoria e Volla. In questa prima parte, il letto del fiume si arricchiva notevolmente grazie alle acque piovane e a diversi affluenti alluvionali provenienti dalle colline circostanti (Capodichino, Capodimonte, Fonseca e Vomero).
- Poi entrava nella città da sud-est, tagliando l'area che oggi corrisponde ai quartieri orientali di Ponticelli, Barra, Gianturco e San Giovanni a Teduccio. All'epoca, questa zona era un'area prevalentemente paludosa e fertile, dove in epoca successiva vennero costruiti numerosi mulini ad acqua.
Prima di riversarsi nel Golfo di Napoli, la fisionomia del fiume cambiava drasticamente: il Sebeto si divideva in due rami principali:
- Il Ramo Occidentale (Foce Storica) che scorreva verso il centro cittadino, lambendo i piedi della collina di Pizzofalcone. La sua foce originaria si trovava esattamente nell'area dell'odierna Piazza Municipio (nei pressi del Maschio Angioino). All'epoca dei greci, la linea di costa era molto più arretrata e la foce del fiume fungeva da porto naturale sicuro per le imbarcazioni di Neapolis.
- Il Ramo Orientale che era il braccio più impetuoso ed esondabile. Questo ramo deviava verso est e sfociava in mare nei pressi dell'attuale Ponte della Maddalena
LA LEGGENDA DI LEUCOPETRA, VESEVO E SEBETO
Un tempo, dove oggi sorge la pietra lavica, esisteva solo una distesa di sabbia dorata e finissima accarezzata dalle onde. Su quella spiaggia passeggiava spesso Leucopetra, una ninfa marina di rara e sfolgorante bellezza, figlia di Nettuno. Il suo nome significava "pietra bianca", e bianchi come la spuma del mare erano i suoi veli, in contrasto con i capelli corvini e gli occhi profondi che incantavano chiunque posasse lo sguardo su di lei.
Delle sue passeggiate si accorsero due giovani divinità della terra partenopea, due spiriti fieri e opposti: Vesevo, un ragazzo focoso, impetuoso, figlio del dio Vulcano, e Sebeto, un giovane aggraziato e sereno, figlio della sirena Partenope.
Entrambi persero la testa per Leucopetra. Vesevo la corteggiava con la passionalità del fuoco. Sebeto, al contrario, la stringeva con la dolcezza dei suoi canti, sussurrandole parole fresche come l'acqua sorgiva. Leucopetra non sapeva a chi donare il proprio cuore.
Un giorno, l'eterna rivalità tra i due pretendenti degenerò e i due decisero di sfidarsi in una gara brutale: il primo che fosse riuscito ad afferrare la fanciulla l'avrebbe avuta per sempre.
Terrorizzata dalla loro violenza, Leucopetra scappò verso il bagnasciuga. Entrò in acqua e, con le lacrime agli occhi, invocò Nettuno di salvarla
Il dio del mare ascoltò il grido disperato della figlia. Per sottrarla per sempre alle grinfie dei due rivali, bloccò i suoi piedi nella sabbia e ne indurì le membra: Leucopetra fu trasformata nel faraglione eterno che emergeva dalle acque di Capri.
La reazione dei due giovani fu drammatica e speculare:
Vesevo impazzì di rabbia e gelosia. Si ritirò lontano dal mare, accumulò nel petto tutto il calore del suo risentimento e si trasformò in un immenso vulcano. Da allora, il Vesuvio promette morte e distruzione, bruciando internamente per un amore che nessuno avrebbe mai più dovuto provare.
Sebeto invece, si spezzò dal dolore. Il figlio della sirena crollò alle pendici del neonato vulcano e iniziò a piangere. Pianse per giorni, per mesi, consumando il proprio corpo nel tormento, finché le sue stesse lacrime divennero così abbondanti da liquefarlo. Sebeto divenne un fiume.
Oggi, anche se il cemento ha coperto il Sebeto, i napoletani sanno che quel fiume continua a scorrere al buio, cercando ancora, nel silenzio della terra, la strada per ricongiungersi al mare della sua Leucopetra
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