All'inizio del XIV secolo, la sommità della collina del Vomero era un luogo aspro, dominato solo dal vento e dal silenzio, ben lontano dal trambusto di Napoli che cresceva ai suoi piedi. Fu in quel tempo, precisamente nel 1325, che l'allora duca della città ordinò l'inizio di un'opera colossale. Seguirono i lavori gli architetti Tino di Camaino e Francesco de Vito .
I monaci certosini videro i primi scalpellini intagliare il tufo per dare vita alla Pedamentina, una monumentale arteria di 414 gradini di pietra progettata per essere un cordone ombelicale tra la pace solitaria della Certosa di San Martino e il cuore pulsante della città.
Pochi anni dopo, nel 1329, il re Roberto d'Angiò guardò verso quella stessa cima e comprese che chiunque avesse dominato quell'altura avrebbe stretto Napoli nel palmo della mano. Ordinò così la costruzione di una fortezza inespugnabile: nacque il nucleo originario di Castel Sant'Elmo. Generazione dopo generazione, il castello mutò forma fino a diventare una straordinaria stella di pietra a sei punte, un guardiano silenzioso affacciato sul vuoto del Golfo, maestoso e terribile al tempo stesso.
Ma laddove la pietra si fa spessa e la luce del sole non riesce a penetrare, la storia cede il passo al mistero.
LE GRIDA E I LAMENTI NEI SOTTERRANI
La leggenda legata alle viscere del castello ha contorni decisamente cupi, legati al crudo passato militare e carcerario della fortezza.
Castel Sant'Elmo col tempo trasformò la sua natura da avamposto di difesa a spietata prigione di massima sicurezza. Nelle sue viscere più profonde, scavate direttamente nella roccia vulcanica, venivano gettati i ribelli, i prigionieri di guerra e i traditori della corona. In quel labirinto di celle d'isolamento e cisterne umide, il tempo perdeva significato. Molti di quei condannati venivano semplicemente dimenticati dalle guardie, abbandonati all'oscurità più assoluta, alle malattie e ai topi che infestavano i sotterranei.
Si racconta che le pareti di tufo abbiano assorbito l'agonia di quegli uomini fino a trattenerla per sempre. Ancora oggi, quando la notte cala e la città sotto si spegne, dalle grate dei sotterranei salgono grida strazianti e lamenti cupi. Anime senza pace, dicono i vecchi del quartiere, prigionieri a cui è stata negata una terra consacrata e che continuano a gridare la loro eterna ribellione, tanto da costringere i custodi del forte, persino in epoca moderna, a pattugliare le segrete solo se in coppia.
La spiegazione scientifica:
Al di là del folklore, esiste una motivazione razionale accettata dagli scettici. La collina del Vomero e la roccia sottostante il castello sono ricche di cavità, grotte e cisterne. Quando il forte vento del golfo si incanala a forte velocità dentro questi cunicoli in pietra, genera sibili e risonanze cupe che l'orecchio umano può facilmente scambiare per urla e pianti antropomorfi
Eppure, tra le mura del castello e i tornanti della Pedamentina non abita solo la sofferenza. C'è uno spirito di tutt'altra natura che ha scelto queste pietre come sua dimora eterna.
IL FANTASMA BURLONE DELLA PEDAMENTINA
Nelle ore del crepuscolo, quando il cielo di Napoli si tinge di un rosso acceso e le ombre della scalinata si allungano, fa la sua comparsa il fantasma burlone. È l'ombra leggera di un uomo vestito di bianco candido che attraversa i muri come se fossero nebbia. Non cerca vendetta, né porta con sé il peso del rancore. Il suo unico diletto è lo scherzo: attende immobile dietro un angolo buio o nei pressi di un antico portone e, non appena un passante solitario o un turista distratto si avvicina, balza fuori dal nulla con un balzo improvviso. Un attimo di puro terrore, il cuore che manca un battito, e poi... il nulla. Lo spettro svanisce nel vento, lasciando dietro di sé l'eco di una risata fragorosa a crepapelle che rimbalza tra i gradini della Pedamentina, ricordando a chiunque passi che a Napoli, persino la morte, sa essere ironica.
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