Nelle Valli Orco e Soana, nel Canavese, esisteva un mestiere che oggi potrebbe sembrare quasi incomprensibile.
Era quello del magnano, chiamato localmente magnin, l'artigiano specializzato nella lavorazione e nella riparazione degli oggetti di rame e di altri metalli.
Il suo lavoro era strettamente legato a una società nella quale gli oggetti non venivano sostituiti appena si rompevano.
Una pentola, una casseruola o un paiolo potevano essere riparati e continuare a essere utilizzati per molti anni.
Quando il magnin arrivava nei paesi annunciava la propria presenza con il caratteristico richiamo "Oeeeh, 'l Magnin!".
Le persone portavano gli oggetti da riparare e l'artigiano interveniva direttamente, spesso trasformando il proprio lavoro in un'attività itinerante.
Il rame delle Valli Orco e Soana
La tradizione dei magnin si sviluppò in particolare nelle Valli Orco e Soana, dove la presenza di piccoli giacimenti di rame contribuì alla nascita di una lunga cultura metallurgica.
Centri come Cuorgnè, Pont Canavese e Alpette divennero legati alla lavorazione del rame e alla figura dei ramai e dei calderai.
La produzione comprendeva diversi passaggi.
Il materiale veniva estratto e preparato, quindi sottoposto a lavorazioni che permettevano di ottenere lastre e pezzi adatti alla costruzione degli oggetti.
La battitura manuale aveva un ruolo importante nella modellazione del metallo.
Il magnano doveva conoscere il comportamento del rame e saperlo lavorare senza danneggiarlo.
Martelli, pinze, tenaglie, punteruoli e altri strumenti erano indispensabili nella bottega o durante il lavoro itinerante.
Riparare invece di buttare
La caratteristica più interessante del mestiere era però la riparazione.
Una casseruola bucata, un paiolo usurato o un recipiente danneggiato potevano essere riportati in condizioni di utilizzo attraverso la battitura, la saldatura o la stagnatura.
La stagnatura consisteva nell'applicazione di uno strato di stagno sulla superficie interna del recipiente di rame, creando una protezione adatta all'uso alimentare.
Era una lavorazione che richiedeva precisione e una buona conoscenza dei materiali.
Il magnano rappresentava quindi una figura perfettamente inserita in un'economia lontana dalla cultura dell'usa e getta.
Il valore di un oggetto non dipendeva soltanto dal suo prezzo, ma anche dal tempo e dal lavoro necessari per realizzarlo.
Ripararlo significava risparmiare materia prima, denaro e fatica.
Per questo il mestiere aveva un'importanza concreta nella vita delle famiglie contadine.
Un mestiere itinerante
I magnin non lavoravano esclusivamente all'interno di una bottega.
Una parte importante della loro attività era legata all'itineranza.
Si spostavano tra paesi e vallate portando con sé gli strumenti necessari per effettuare le riparazioni.
Questa mobilità permetteva all'artigiano di raggiungere direttamente i clienti e rendeva il suo servizio accessibile anche alle comunità più isolate.
Il mestiere richiedeva quindi non soltanto capacità tecnica, ma anche resistenza fisica e conoscenza del territorio.
Il magnano doveva sapere dove andare, conoscere le comunità e mantenere rapporti con i propri clienti.
La sua attività univa così artigianato, commercio e servizio alla popolazione.
Quando arrivarono le pentole industriali
Il destino dei magnin cambiò con la diffusione della produzione industriale.
Le fabbriche iniziarono a produrre pentole e recipienti in grandi quantità, utilizzando tecniche meccaniche sempre più efficienti.
Nel primo Novecento le nuove presse meccaniche contribuirono alla trasformazione della lavorazione del rame e della produzione di oggetti domestici.
Molti lavoratori specializzati vennero progressivamente assorbiti dalla produzione semi-industriale e da altri settori della nascente industria piemontese.
La riparazione itinerante perse contemporaneamente la propria importanza.
Quando un oggetto industriale costava poco ed era facilmente sostituibile, diventava meno conveniente chiamare un artigiano per ripararlo.
Era la fine di un modello economico basato sulla durata degli oggetti e sulla capacità dell'artigiano di mantenerli in funzione.
Dal mestiere alla memoria
La tradizione dei magnin non è però scomparsa completamente dal Canavese.
Ad Alpette l'Ecomuseo del Rame conserva la memoria della lavorazione e racconta la storia degli stagnini delle Valli Orco e Soana.
La tradizione è importante anche dal punto di vista linguistico.
Il termine magnin era così legato alla comunità da trasformarsi in un cognome diffuso nel Canavese: Magnino.
È una testimonianza curiosa di quanto un mestiere potesse entrare profondamente nella società.
Non era soltanto una professione: poteva diventare un elemento attraverso il quale una persona e la sua famiglia venivano riconosciute dalla comunità.
Il valore di aggiustare
Il magnano appartiene a una lunga serie di mestieri oggi quasi scomparsi che avevano come principale obiettivo quello di prolungare la vita degli oggetti.
Arrotini, ombrellai, materassai e ramai condividevano una stessa logica: prima di buttare qualcosa, si cercava di ripararlo.
Il suo ricordo racconta quindi anche un modo diverso di concepire il rapporto con le cose.
Una pentola non era semplicemente un oggetto da sostituire, ma il risultato di una lavorazione che poteva essere mantenuta in vita attraverso nuove riparazioni.
Il grido del magnin nelle strade delle valli appartiene ormai al passato.
Ma nelle antiche botteghe e nei musei del Canavese è ancora possibile riconoscere gli strumenti di un mestiere che per generazioni trasformò il rame in utensili e, soprattutto, insegnò a non considerare perduto ciò che poteva ancora essere riparato.
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